Professione

Commercialisti, specializzazioni ad alto appeal: il dibattito tra professionisti

di Redazione Quotidiano del Fisco

Nell’intervista al Sole 24 Ore del 1° giugno Massimo Miani ( clicca qui per rileggerla ),presidente del Cndcec, ha aperto il dibattito sul tema delle specializzazioni per i dottori commercialisti. Un dibattito che si è subito acceso e che ha portato diversi contributi alla casella mail ilmiogiornale@ilsole24ore.com. Cominciamo la pubblicazione di alcuni dei contributi più significativi.

Il futuro è negli studi associati

Molto interessante il dibattito che il nostro presidente nazionale, Massimo Miani, sta portando avanti a tutela della professione e quindi a tutela di tutti, e tra questi soprattutto dei giovani. Stupisce invero osservare quanto l'argomento sia stato negletto, per molto tempo.

Il mondo delle imprese italiane in questi ultimi 40 anni ha fatto passi da gigante e si è strutturato per competere nei mercati mondiali ; le aziende sono irriconoscibili, se le raffrontiamo con il recente passato . E cosa abbiamo fatto noi, dottori commercialisti ? Ben poco; si è vissuto in parte di rendita, e poco o nulla si è fatto non dico per variare la nostra professionalità, ma nemmeno per analizzarne le caratteristiche e le diverse prospettive.

Il mondo delle aziende chiede sempre maggiore professionalità, è sempre più esigente e chiede soluzioni veloci , competenti e possibilmente non troppo costose . È pacifico che il professionista singolo non potrà mai soddisfare queste esigenze. Il futuro della professione personalmente lo vedo in due aspetti tra loro collegati. Lo studio associato (vero studio associato, non solo centro di costi comuni) di una certa dimensione, al cui interno i vari associati possono trovare spazio per una specializzazione. A ciò spinti sia dalle caratteristiche personali di ciascuno, sia dalle esperienze avute.

Quindi specializzazioni sì. Ma accompagnate da una struttura degli studi che deve necessariamente aumentare. Non esiste un modello unico, di studio associato, ma varie esperienze , nel territorio. Ognuno valuterà la struttura più confacente alle sue aspettative e alle sue prerogative.

In sintesi, il nostro futuro sta negli studi associati, con colleghi specializzati . Qualsiasi altra impostazione sarà perdente .

Il nodo della formazione

Rispetto all'intervista rilasciata dal presidente Miani mi permetto di fare alcune considerazioni:

1) prima delle specializzazioni sarebbe opportuno ristabilire la formazione obbligatoria anche per i colleghi anziani che ad oggi ne sono esentati (ma poi dirigono gli studi);

2) abolire la specializzazione automatica in base all'anzianità di iscrizione perché non ha alcun senso;

3) le scuole di alta formazione degli ordini costano, e anche molto; il master tributario organizzato dall'Odcec di Torino, per esempio, ha un prezzo di 2.500 euro più Iva, non proprio politico se paragonato con analoghi corsi di eguale intensità e durata;

4) non vorrei che l'ottenimento della specializzazione si trasformasse in un mezzo di lucro per i soliti noti.

Credo che in generale le “etichette di specialità” non servano a nulla. Se sei bravo il mercato ti premia. È la solita guerra interna che ci facciamo l'uno contro l'altro, e poi dall'esterno ci distruggono.

È necessario più equilibrio

Pur ritenendo condivisibile l'opinione che la specializzazione possa essere la soluzione alla crisi della professione, nutrire dubbi che la strada indicata sia quella opportuna è fondato.

Il famigerato titolo di specialista sarebbe, alternativamente, riconosciuto a possessori di qualifica di professore o diploma universitario, a seguito di comprovata esperienza e tramite un percorso formativo. Partendo dal presupposto che, in assenza di eventuali esclusive, l'unica ratio rimane la garanzia, per il cliente, di affidarsi ad esperti, se la prima opzione appare sproporzionata, le altre due sembrano prive del requisito della ragionevole certezza.

Se da una parte infatti, al fine di sentirsi qualificato a proporre l'accettazione o meno di una mediazione tributaria, il superamento di un concorso pubblico per professore associato francamente pare troppo; dall'altra, l'aver meramente esercitato attività nel settore è un parametro che suona poco come qualitativo e tanto quantitativo.

Ad ogni buon conto, in assenza di esperienza e competenza, ci sarebbe sempre la possibilità di divenire specialisti tramite un percorso formativo, affidato alle Saf (Scuole di alta formazione) costituite dagli ordini territoriali. Proprio l'ultima spiaggia dei corsi abilitanti è talmente densa di insidie da vanificare il nobile (ammesso che sia stato tale) fine che ci si era prefissi (leggasi competenza), salvo alimentare il mercato degli attestati a pagamento per professionisti in sofferenza già nel versare i contributi minimi previdenziali: invero in assenza di requisiti trasparenti sul reclutamento dei docenti, le prime esperienze testimoniano di colleghi privi della benché minima capacità didattica, di professori in economia aziendale che argomentano sul contezioso tributario e notai sulla contabilità degli enti locali. Al contempo, come se bastasse assistere (sonnecchiando) a qualche puntata di Quark per divenire archeologi, il riconoscimento del titolo di specializzazione verrebbe elargito con la mera presenza all'80% delle ore previste.

Ciò nonostante, ci sarebbe tanto da fare per gli interessi della categoria. Essere maggiormente parsimoniosi nella gestione della nostra Fondazione, nella quale, per contributi privi di validità e interesse scientifico, vengono riconosciuti corrispettivi superiori agli assegni di ricerca del Cnr. Ancora tanto ci sarebbe da fare su requisiti e risorse organizzative proporzionali alla complessità dell'incarico da svolgere, come timidamente tentato dal Dl 83/2015, abortito sul nascere. Diversamente si preferisce non vedere che incarichi lautamente retribuiti svolti in assenza anche di una segretaria a libro paga, è grave indizio di subappalto e sfruttamento di giovani e bisognosi colleghi.

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