Professione

Crisi d’impresa, il ministero chiede competenze ad hoc

di Daniele Virgillito

In merito alla lettera del vice presidente dell’Associazione giovani consulenti del lavoro, pubblicata sulle vostre pagine il 18 aprile, faccio notare che già l’11 gennaio 2019 informavamo sul parere del ministero della Giustizia che in relazione alla loro richiesta di inserimento nell’albo rispondeva: «Non si condivide l’osservazione, considerato che il compito di curatore, commissario o liquidatore richiedono competenze contabili e di gestione dell’attività di impresa e della liquidazione che non rientrano nell’ambito delle competenze tipiche del consulente del lavoro. Peraltro, quando la procedura dovesse richiedere tali competenze, il tribunale potrà avvalersi del potere che gli è attribuito dall’art. 49, comma 3, lettera b), di affiancare al curatore, immediatamente, esperti per l’esecuzione di compiti specifici». Non si tratta quindi di una nostra affermazione, bensì di un motivato e autorevole parere tecnico.

Nel comunicato stampa del 9 febbraio 2019 sottolineavamo poi la “contraddizione” in cui era caduto il ministro della Giustizia Bonafede che ha precisato in un’audizione promossa dalla senatrice Conzatti, che per poter accedere all’albo i Cdl devono frequentare corsi di formazione specialistica per un anno e mezzo a garanzia di professionalità, poiché il loro esame di Stato non contempla materie come diritto fallimentare, revisione contabile, diritto societario e operazioni straordinarie. Noi dell’Ungdcec promuoviamo da sempre un riesame dei meccanismi di primo popolamento dell’albo che non solo penalizzano i giovani ma paradossalmente anche i professionisti più esperti.

Senza nulla togliere alla preparazione specialistica in materia di lavoro che i Cdl senz’altro possiedono, siamo sorpresi dalle scelte del Governo che sembra premiare più l’esperienza che merito e competenze.

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