Imposte

Stop alle imposte dal 2021 sui dividendi realizzati da Oicr Ue e See

I gestori che hanno subìto un prelievo potranno chiedere il rimborso. La norma tende a sanare una procedura di infrazione della Commissione Ue

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di Carlo Galli

La legge di Bilancio 2021 contiene una norma di indubbio interesse per gli investitori istituzionali esteri. Inserita nella sezione “unionale” del testo, l’articolo 1, commi da 631 a 633, prevede, dal 1° gennaio 2021, l’esenzione da imposte su dividendi e plusvalenze su partecipazioni (qualificate) realizzati da organismi di investimento collettivo del risparmio stabiliti all'interno dell’Unione europea (o in Stati appartenenti allo Spazio economico europeo che consentono un adeguato scambio di informazioni).

Per beneficiare dell’esenzione, è sufficiente che gli Oicr esteri siano conformi alla direttiva Ucits (direttiva 2009/65/Ce), ovvero siano gestiti da un gestore soggetto a vigilanza ai sensi della direttiva Aifmd (direttiva 2011/61/Ue).

Analogamente a quanto previsto ai fini dell’esenzione per gli stessi redditi prodotti da Oicr italiani (articolo 73, comma 5-quinquies del Tuir), il beneficio per gli Oicr esteri qualificanti non è infatti subordinato a condizioni oggettive.

La norma è tesa a rispondere ad una incipiente procedura di infrazione da parte della Commissione Ue, in quanto la disparità di trattamento tra Oicr italiani, esenti, ed esteri, imponibili, non essendo giustificata da alcuna differenza rilevante o da finalità antielusive, costituirebbe violazione dell’articolo 63 del Tfue, che disciplina la libertà fondamentale di circolazione dei capitali.

Varie normative europee, recanti una disparità di trattamento tra fondi nazionali e fondi esteri del tutto analoga a quella presente nell’ordinamento italiano, sono state oggetto di censura da parte della Corte di giustizia Ue (si vedano i casi Aberdeen, Santander, Fidelity funds e, da ultimo, Ka Deka).

La nuova norma si rivela, tuttavia, insufficiente allo scopo e foriera di conseguenze pratiche che travalicano le sue finalità immediate. Sotto un primo profilo, è opportuno ricordare che la libertà fondamentale di circolazione dei capitali (articolo 63 del Tfue), trova applicazione anche nei confronti degli Stati terzi (si veda, per tutte, la sentenza Cgue Emerging markets). Pertanto, nel limitare l’esenzione ai soli fondi stabiliti nell’Unione o nello See, la norma lascerebbe sopravvivere la discriminazione per gli Oicr stabiliti fuori dalla Ue. Inoltre, prevedendo l’efficacia della nuova disciplina solo a decorrere dal 1° gennaio 2021, la discriminazione si verificherebbe per il passato anche a danno degli Oicr stabiliti all'interno dell'Unione.

In entrambi i casi, i gestori dei fondi che hanno subito o subiranno un prelievo su dividendi e plusvalenze potranno chiedere il rimborso delle imposte applicate in violazione dell’articolo 63 Tfue. È ragionevole pensare che in entrambe le ipotesi le iniziative dei contribuenti siano destinate ad alimentare il contenzioso, a meno che la norma non sia adeguata allo scopo. Ed è auspicabile che le commissioni tributarie adite si mostrino più diligenti nel rimettere alla Corte di giustizia i casi che dipendono dall’interpretazione delle norme unionali.

Ma quello che si presenta come il profilo di maggiore interesse, soprattutto per il settore del private equity, è il possibile impatto della nuova norma sulla valutazione dell'elusività delle strutture di holding intermedie, normalmente utilizzate da parte dei fondi (unionali e non) per le acquisizioni societarie, da qualche tempo oggetto di contestazione da parte dell’amministrazione finanziaria. Contestazioni fondate sull’asserita artificiosità delle società intermedie, in molti casi qualificate come mere interposte, aventi l’unica finalità (abusiva e strumentale) di assicurare ai soci il vantaggio fiscale previsto dalle direttive madre-figlia e interessi e royalties, nonché dalle convenzioni contro le doppie imposizioni. Con conseguente ripresa a tassazione piena di dividendi, interessi e plusvalenze. La nuova norma testimonia la presa di coscienza della natura discriminatoria dell’imposizione alla fonte, contribuendo a rendere prive di pregio, o almeno a indebolire fortemente tali contestazioni. Che senso avrebbe contestare l’esenzione a favore delle holding intermedie quando la stessa è prevista esplicitamente dall’ordinamento a favore del fondo in cima alla catena?

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