Imposte

Holding industriale con clausola di salvaguardia sul passato

di Angelo Conte

Le holding industriali trovano finalmente una definizione normativa anche ai fini Irap. È l’effetto dell’articolo 162-bis del Tuir, introdotto dal Dlgs 142/2018 (decreto Atad). Considerando la lacuna normativa presente in passato, il decreto prevede altresì, nell’ambito delle disposizioni transitorie, una clausola di salvaguardia che fa salvi i comportamenti pregressi tenuti dai contribuenti. Resta da capire se tale clausola di salvaguardia possa, a certe condizioni, avere anche l’effetto di chiudere le liti in corso che vertono sulla qualifica di holding industriale, ai fini Irap, con esito a favore dei contribuenti.

L’articolo 162-bis del Tuir ha il pregio di andare a colmare un vuoto normativo. In effetti, l’articolo 6, comma 9, del Dlgs 446/1997, ante modifica apportata dal decreto Atad, definiva quali holding industriali quei soggetti per cui sussisteva l’obbligo dell’iscrizione nell’apposita sezione dell’elenco generale dei soggetti operanti nel settore finanziario, ai sensi dell’articolo 113 del Tub.

Considerando che l’articolo 10, comma 7, del Dlgs 141/2010 aveva soppresso l’elenco, si erano formate due diverse linee interpretative a sostegno della nozione di holding industriale.

Nello specifico, Assoholding e una parte della giurisprudenza (si veda sentenza Ctr Lombardia 250/2018), prescindendo dal dato formale costituito dall’iscrizione all’elenco in questione, sostenevano che l’articolo 6, comma 9, del Dlgs 446/1997 continuasse ad applicarsi quando in base ai dati di bilancio relativi agli ultimi due esercizi chiusi, ricorrevano, congiuntamente, i due presupposti:
•l’ammontare complessivo degli elementi dell’attivo di natura finanziaria fosse superiore al 50% del totale dell’attivo patrimoniale (requisito patrimoniale);
•l’ammontare complessivo dei proventi prodotti dagli elementi dell’attivo sopra richiamati fosse superiore al 50% del totale dei proventi (requisito reddituale).

Al contrario, l’amministrazione finanziaria sosteneva, a partire dal 2014, che i contribuenti dovevano far riferimento solo al requisito patrimoniale con verifica, peraltro, dello stesso sulla base dei dati di un unico esercizio e non degli ultimi due.
In questo contesto di incertezza, interviene il nuovo articolo 162-bis del Tuir che, nel collocare le holding industriali tra le società di partecipazione non finanziaria, allinea la definizione delle stesse a quella già espressa dall’Agenzia delle Entrate. In particolare, la norma dà rilievo esclusivamente al parametro patrimoniale e stabilisce che l’esercizio in via prevalente dell’attività di assunzione di partecipazioni in soggetti diversi dagli intermediari finanziari sussiste quando «in base ai dati del bilancio approvato relativo all’ultimo esercizio chiuso, l’ammontare complessivo delle partecipazioni in detti soggetti e altri elementi patrimoniali intercorrenti con i medesimi, unitariamente considerati, sia superiore al 50 per cento del totale dell’attivo patrimoniale».

Il decreto Atad, oltre ad avere colmato una lacuna normativa già a partire dal 2018 per i soggetti “solari”, ha anche l’ulteriore pregio di aver previsto, dato il contesto di incertezza in cui erano chiamati a muoversi gli operatori, una clausola di salvaguardia (articolo 13, comma 10, del Dlgs 142/2018) che fa salvi i comportamenti manifestati dai contribuenti fino all’8 agosto 2018, purché tra loro coerenti. Ciò significa che risulta comportamento corretto da tutelare anche quello dei soggetti che, al fine di verificare la sussistenza della qualifica di holding industriale, nei periodi d’imposta ante 2018, hanno utilizzato il doppio parametro patrimoniale ed economico, ancorché non in linea con l’orientamento dell’amministrazione finanziaria.

Una situazione parzialmente differente è quella dei contribuenti che, prudenzialmente, si erano uniformati all’interpretazione ministeriale della nozione di holding industriale e successivamente, non risultando tali sulla base del doppio test patrimoniale ed economico, hanno proceduto ad effettuare istanza di rimborso della maggior imposta versata, seguita dall’apertura di un contenzioso nei confronti dell’Amministrazione finanziaria per effetto del diniego del rimborso o del silenzio-rigetto. Ebbene, per motivi equitativi, una soluzione equilibrata dovrebbe comportare che la clausola di salvaguardia copra anche tali casi, sempre che il contribuente abbia utilizzato criteri coerenti tra loro nei diversi periodi d’imposta. Nel caso in cui prevalesse tale linea interpretativa, i contenziosi che vertono sulla qualifica di holding industriale, ai fini Irap, dovrebbero potersi chiudere facendo leva sull’intervenuta clausola di salvaguardia, con conseguente riconoscimento del rimborso a favore dei contribuenti.

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