INTERVISTA/Massimo Miani: «Il futuro dei commercialisti passa dalle specializzazioni»
Il filo diretto con i lettori dopo l’intervista al presidente del Consiglio nazionale dei commercialisti, Massimo Miani, sul progetto specializzazioni ( si veda il Quotidiano del Fisco del 1° giugno ), ha raccolto, sul Sole 24 Ore, le voci dei professionisti. L’obiettivo è il dibattito , senza preclusioni, su una scelta che, comunque, deciderà il futuro della professione. Ne parliamo con il presidente Miani.
Alcuni commercialisti sostengono: noi siamo specialisti per antonomasia, perché aggiungere un’altra etichetta?
Sono i fatti che dicono che c’è bisogno di una professione più specializzata. Assistiamo al proliferare di Albi esterni, come quello dei curatori, il registro dei revisori e così via.
Una delle obiezioni è che le specializzazioni siano armi spuntate senza riserve.
Penso che obiettivamente sia difficile immaginare di poter essere solo noi a esercitare funzioni particolari. Un conto è il riconoscimento di prerogative, che possono essere condivise con altre professioni, altro è il discorso delle riserve che mi sembra antistorico. Possiamo avere l’esclusiva sulla consulenza aziendale? Sulle specializzazioni siamo partiti con le scuole di alta formazione che hanno attivato percorsi sulle materie tradizionali. Tuttavia, la proposta che abbiamo presentato rinvia a un regolamento successivo per individuare le aree.
In molti territori si vive soprattutto di servizi a basso valore aggiunto. Le specializzazioni sono a misura della parte ricca della professione?
Di recente sono stato ad Ascoli Piceno per la consegna dei diplomi di un corso Saf, scuole di alta formazione, su bilancio e controlli, cui ha partecipato una sessantina di colleghi. Praticamente tutti erano presenti alla cerimonia, il clima era di emozione. Voglio dire che tutto dipende da come si affronta questo percorso e quanta voglia si ha di migliorare le competenze: questo vale da Bolzano ad Agrigento. Vendiamo il nostro sapere, più siamo competenti più possibilità abbiamo di affrontare il mercato.
Insomma, non si rischia di introdurre un’altra tassa di ingresso alla professione?
No: la specializzazione non è un obbligo, è una possibilità in più, aperta a tutti. Tocca a noi decidere come porci sul mercato.
Le Saf sono lo strumento adatto?
Tra le scuole di alta formazione ci sono esperienze positive. Certo, il sistema va migliorato con una regia dal centro e con griglie di qualità più stringenti.
Le scuole possono, però, diventare un mezzo per distribuire qualche favore.
Le Saf non sono strumenti politici e gli incarichi di docenza devono andare a persone con elevate competenze scientifiche e professionali. Le Saf funzionano quando c’è il coinvolgimento delle università e dei professionisti migliori con esperienza nella docenza. Tra l’altro, le Saf offrono corsi di alta formazione a prezzi molto competitivi rispetto al mercato.
Perché le specializzazioni non si fanno attraverso l’università?
La nostra scelta è quella di abbinare competenza scientifica e professionalità. Non vogliamo costruire percorsi solo teorici.
Qualcuno è tornato a parlare della fusione con i ragionieri come di un errore . Come dire, i dottori fanno ancora i conti con chi ha un percorso formativo diverso?
Essere di più non ha portato, come invece si auspicava, maggiori risultati politici. E non aver dato soluzione alla questione previdenziale crea problemi, con la Cassa ragionieri che insegue, per la sostenibilità, le platee più varie. Detto questo, ognuno deve mettere un po’ di sale in zucca.
Le specializzazioni saranno la spinta per fare rete?
Sicuramente, le aggregazioni andranno di pari passo con le specializzazioni, ci vorranno un po’ di anni, ma negli studi strutturati si avrà spazio per competenze verticali.
I commercialisti generici saranno di serie B?
No, ci può essere utile l’esempio dei medici, dove convivono quelli generici e gli specialisti: ciascuno ha la sua funzione.
Andrà fino in fondo con il progetto?
Sì, abbiamo la responsabilità strategica di delineare un possibile sviluppo per la professione. Tra l’altro, abbiamo il consenso della stragrande maggioranza degli Ordini. Sono andato a risentire un’assemblea del 2017 e quelli che oggi dicono cose diverse da allora lo fanno per una finalità politica. Poi, in alcuni casi, non c’è conoscenza sul progetto.
Lo sintetizzi.
I capisaldi sono: miglioramento e ampliamento delle competenze. Dobbiamo cercare di ricondurre all’interno del sistema ordinistico le specializzazioni che sono diventate fattori centrifughi. Le nostre scuole di alta formazione possono dare a tutti la possiblità di seguire percorsi a costi moderati. Non c’è nessun balzello, ma solo un ampliamento delle posssibilità di scelta. E nella specializzazione ci sarà anche un futuro migliore per i giovani.

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