Contabilità

Niente responsabilità per l’amministratore che prosegue l’attività con capitale eroso

di Daniele Stanzione

Non incorre in responsabilità l’amministratore che, in modo opportunamente informato, decida di proseguire l’attività d’impresa pur in presenza di perdite tali da determinare l’integrale erosione del capitale sociale: invero, la scelta in questione, seppur rischiosa, deve essere valutata secondo una prospettiva di ragionevolezza ex ante, tenendo conto delle informazioni diligentemente raccolte ed esaminate dall’amministratore in quella fase, con la conseguenza per cui la decisione assunta in principio secondo i predetti canoni deve ritenersi insindacabile nel merito. È quanto statuito di recente dal Tribunale di Milano, con la sentenza 3554/2018 dello scorso 27 marzo, la quale si pone pertanto nel solco del principio, ormai consolidato anche nella giurisprudenza di Cassazione, secondo il quale il giudice non può ingerirsi in valutazioni di merito delle operazioni gestorie bensì deve limitarsi a sindacarne la legittimità, sussistente laddove le scelte dell’amministratore siano supportate da idonee verifiche, indagini e dalla raccolta delle informazioni necessarie rispetto alla natura della scelta da adottarsi (in questi termini, anche Tribunale di Milano, 4 dicembre 2014).

Più precisamente, nel caso sottoposto all’attenzione del Tribunale meneghino, il fallimento di una società per azioni proponeva azione di responsabilità ex articolo 146 della legge fallimentare nei confronti dei relativi amministratori, sindaci e società di revisione addebitando loro, in estrema sintesi, l’illegittima prosecuzione dell’attività sociale nonostante l’intervenuta integrale erosione del capitale sociale.

Il Tribunale, valorizzando i risultati a cui era pervenuto il consulente tecnico d’ufficio, ha osservato in particolare che la ricorrenza di elementi significativi nel senso del carattere non irreversibile della situazione di crisi della società, nel periodo rilevante, costituisce «un ostacolo insuperabile alla configurazione della condotta gestoria in discussione quale arbitraria e, in definitiva, negligente: e al riguardo, la opinabilità delle valutazioni del Ctu, pur se efficacemente sottolineata dalla difesa dell’attore, non pare al Tribunale possa comunque portare a un giudizio - condotto secondo criteri ex ante - di responsabilità nei confronti dei convenuti, la cui scelta di prosecuzione dell’attività va in definitiva ricondotta al merito gestorio, che è appunto ambito di apprezzamento secondo criteri di diligenza informata dei rischi imprenditoriali; apprezzamento che, nel caso di specie, non risulta - alla luce degli elementi forniti dal Ctu – essersi risolto in un azzardo ma, piuttosto, in una valutazione delle possibilità di sopravvivenza dell’impresa fondate su dati storici e prospettici non evanescenti, sì che, in sostanza, alla ricostruzione del fallimento, per la quale la prosecuzione dell’attività aziendale ha solo «bruciato ricchezza», ben può contrapporsi una diversa ricostruzione, per la quale, ex ante, la prosecuzione dell’attività aziendale ben avrebbe potuto portare al superamento della crisi».

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