Imposte

Dividendi e interessi, più margini al Fisco per applicare le ritenute

di Dario Sencar e Claudio Valz

Dopo una lunga gestazione, ieri la Corte di giustizia Ue, riunendo le “cause danesi” in due sentenze, una sugli interessi ( clicca qui per consultarla ) e l’altra sui dividendi ( clicca qui per consultarla ), ha reso note le proprie decisioni relative alle ritenute in uscita.

Al di là dei dettagli dei singoli casi, i contenuti di fondo delle sentenze paiono si discostano fortemente dalle conclusioni dell’avvocato generale Kokott.

In primo luogo la Corte afferma che nel diritto dell’Unione europea vi è un generale principio secondo cui è vietato a chiunque di avvalersi fraudolentemente o abusivamente di norme del diritto Ue. Motivo per cui l’assenza di disposizioni antiabuso, nazionali o convenzionali, è irrilevante rispetto all’obbligo per le autorità nazionali di negare i diritti previsti dalle due Direttive in tema di imposte dirette.

In secondo luogo la Corte afferma che i commentari Ocse sono pertinenti ai fini dell’interpretazione della nozione di beneficiario effettivo prevista dalla direttiva interessi in quanto essa se ne ispira e persegue gli stessi obbiettivi. Inoltre la Corte attribuisce rilevanza a tale qualifica per entrambe le direttive precisando che laddove il beneficiario effettivo dei dividendi (o degli interessi) sia residente in uno Stato terzo il diniego dell’esenzione non è minimamente subordinato all’accertamento di una frode o di un abuso.

In terzo luogo la Corte affronta il tema dell’abuso e della relativa prova. In merito agli elementi costitutivi l’abuso la Corte richiama l’elemento oggettivo («un insieme di circostanze oggettive dalle quali risulti che nonostante il rispetto formale delle condizioni previste dalla normativa dell’Unione l’obbiettivo perseguito da tale normativa non sia stato conseguito») e quello soggettivo (ossia «la volontà di ottenere un vantaggio derivante dalla normativa dell’Unione per mezzo della creazione artificiosa delle condizioni necessarie per il suo ottenimento»). Inoltre considera quale costruzione artificiosa un gruppo di società costituito non per motivi che riflettono la realtà economica bensì caratterizzato da una struttura puramente formale ed avente quale obbiettivo principale (o uno dei principali) il conseguimento di un vantaggio fiscale indebito. Infine la esemplifica nel caso in cui, grazie ad un’entità interposta inserita all’interno del gruppo tra la società erogatrice dei dividendi (o degli interessi) e la società del gruppo che ne è la beneficiaria effettiva, viene evitato il versamento di imposte sui dividendi (o interessi). In merito all’onere della prova, il contribuente deve dimostrare di rispettare le condizioni della Direttiva mentre l’Amministrazione deve provare l’abuso ma non identificare il beneficiario effettivo perché, spesso, sarebbe per lei impossibile.

A una prima lettura sembrerebbe che la nuova clausola antiabuso prevista dall’articolo 6 dell’Atad abbia per vari aspetti influenzato la Corte fino al punto di discostarsi dalla sua giurisprudenza, anche recente. Ciò che parrebbe rimanere sullo sfondo è il riferimento al principio generale di proporzionalità ossia che nelle reazioni antiabuso non bisogna andare oltre rispetto a quanto strettamente necessario al raggiungimento dello scopo, anche in termini di misurazione del risparmio di imposta.

Per saperne di piùRiproduzione riservata ©

Newsletter

Ogni mattina l'aggiornamento sulle ultime novità dalla redazione di Norme e Tributi. Uno strumento gratuito e indispensabile per la professione.

Community

Il punto di incontro tra professionisti, esperti fiscali e la redazione di Norme e Tributi, sugli argomenti di maggiore attualità.