A volte basta fare uno più uno semplicemente per far scattare l’effetto compliance, ossia quell’adempimento spontaneo caro al Fisco per recuperare subito i proventi dell’evasione . È ciò che sta accadendo con l’obbligo di abbinamento tra registratori telematici che emettono gli scontrini e i Pos. Un obbligo scattato da inizio anno (e diventato pienamente operativo da marzo), dopo i dodici mesi di decantazione previsti dalla legge di Bilancio 2025 anche per cercare le soluzioni tecniche necessarie sia per partire sia per rendere l’adempimento meno oneroso per commercianti ed esercenti. Perché la compliance richiede questo, anche se c’è chi avrebbe voluto che l’operazione partisse molto tempo prima. I numeri però parlano chiaro, anzi chiarissimo. Rispetto al precedente aggiornamento reso noto da Governo e amministrazione finanziaria e pari a 5,3 miliardi (si veda «Il Sole 24 Ore» del 29 maggio), il contatore in via di aggiornamento segna l’emersione di circa altri 4 miliardi di euro (3,8 per l’esattezza) da operazioni trasmesse al Fisco con i corrispettivi telematici. A conti fatti, la spinta dell’allineamento tra registratori telematici e Pos sta portando a galla un maggiore imponibile per una cifra che si avvicina ai 9,1 miliardi di euro nel primo semestre in confronto allo stesso periodo dello scorso anno. Una cavalcata resa possibile da un numero maggiore di scontrini battuti: la stima si aggira intorno ai 160 milioni in più nel semestre.

Naturalmente questi numeri hanno un doppio impatto. Il primo è in termini di maggiore Iva, che può affluire alle casse dell’Erario. Con un’aliquota media del 18%, in considerazione del fatto che l’aliquota applicata alle vendite “scontrinate” non è sempre quella ordinaria del 22 per cento, significa che il solo abbinamento ha consentito di far affiorare quasi 1,6 miliardi in più da versare al Fisco. Qui, però, va ricordato che i tempi delle liquidazioni Iva non sono uguali per tutti i commercianti e gli esercenti perché possono essere mensili o trimestrali e ci sono operatori che non sono tenuti a versare l’Iva, come ad esempio le attività in regime forfettario (la flat tax). In ogni caso, poi, il versamento dipende dalla differenza tra imposta a debito (sulle cessioni) e quella a credito (maturata sugli acquisti). Eppure qualche segnale è possibile già coglierlo. L’ultimo bollettino delle entrate tributarie mette in evidenza che nei primi cinque mesi dell’anno l’Iva sugli scambi interni è aumentata di 1,9 miliardi (+3,1%) rispetto allo stesso intervallo temporale del 2025. Naturalmente su questo risultato possono aver influito diversi fattori, primo tra tutti la dinamica generale dei prezzi al consumo (a maggio l’inflazione faceva registrare un +3,2% su base annua). Però la presenza di un “effetto Pos-scontrini” è avvalorata da un’altra indicazione che arriva sempre dal bollettino delle entrate tributarie, ossia che dal punto di vista settoriale «l’Iva sugli scambi interni mostra una crescita diffusa» con incrementi «particolarmente rilevanti» prima di tutto nel commercio (+6,5%) e poi nei servizi privati (+3,6%). Il monitoraggio sui prossimi mesi potrà confermare questa tendenza in atto.

Ma c’è anche un altro impatto che andrà monitorato. La maggiore emersione di fatto dovrà tradursi anche in maggiori imposte sui redditi (Irpef e Ires). Su questo fronte, bisognerà attendere i versamenti relativi alle dichiarazioni dei redditi 2027 (anno d’imposta 2026) e se ne riparlerà tra un anno. Tuttavia, la compliance in termini di più scontrini emessi è un risultato che si può perseguire anche con altre strade. Vale la pena ricordare che gli alert delle Entrate per segnalare anomalie dall’incrocio dei dati tra corrispettivi telematici e pagamenti con Pos non sono una novità. L’obbligo di allineamento rende le due basi dati più vicine e negli incroci minimizza il rischio di falsi positivi, che in passato si sono verificati per dati trasmessi alle Entrate sui pagamenti via Pos con qualche sbavatura. Ora il sincronismo e la quadratura tra le informazioni di transato elettronico e scontrini telematici offre un contributo nella direzione – così come prevede anche la nuova convenzione triennale tra Agenzia e ministero dell’Economia - di migliorare le analisi e i controlli incrociati su dichiarazioni e pagamenti. Non solo in un’ottica di lettere per favorire l’adempimento spontaneo, ma anche di utilizzo delle informazioni insieme alle altre contenute in Anagrafe per valutare il rischio di non compliance e monitorare la pericolosità fiscale e orientare anche l’azione di controllo vero e proprio verso i meno affidabili.

Del resto, l’obbligo di allineamento non è una panacea di tutti i mali. Resta un fronte di rischio legato a chi ha Pos esteri e potrebbe continuare a sottrarsi alla piena trasparenza fiscale. L’operazione della Guardia di Finanza di Sassari resa nota appena pochi giorni è un esempio lampante con la scoperta di punti vendita che emettevano uno scontrino regolare per chi pagava con il Pos e un semplice documento gestionale per chi saldava in contanti. Uno stratagemma che serviva a non far insospettire i clienti e allo stesso tempo impediva la successiva trasmissione telematica dei dati dei corrispettivi all’agenzia delle Entrate, che così erano del tutto sconosciuti al Fisco e potevano sfuggire alla tassazione.

Riproduzione riservata Ⓒ