Sono 460mila le piccole imprese a rischio chiusura, l’11,5% del totale. A metterle in difficoltà sono principalmente la perdita di fatturato e la perdita di liquidità causate dalla crisi sanitaria. Con loro sparirebbero circa un milione di posti di lavoro e si perderebbe un fatturato intorno agli 80 miliardi di euro. È quanto emerge dal secondo Barometro Censis-commercialisti sull'andamento dell'economia italiana presentato ieri che ha visto coinvolti 4.600 commercialisti .
A settembre, tra le aziende con meno di 10 addetti e con un fatturato inferiore al mezzo milione di euro, si registrava un fatturato dimezzato per 370.000 microimprese, e in 415.000 denunciavano di essere in crisi di liquidità. Per evitare la morte di tante piccole realtà imprenditoriali, secondo i commercialisti, è necessario eliminare la “cattiva burocrazia”, che oggi più che mai soffoca il sistema. La categoria ha apprezzato gli aiuti messi in campo dal Governo, che sono stati richiesti e/o ottenuti dalla stragrande maggioranza delle imprese.
Gli aiuti messi in campo
Il Barometro ha infatti rilevato che per far fronte alla crisi, il 94,2% dei commercialisti ha rilevato la richiesta di contributi a fondo perduto da parte delle aziende di cui segue le attività, il 92,7% il ricorso alla sospensione dei versamenti fiscali e contributivi, il 90,7% l'accesso alla Cassa integrazione in deroga per i dipendenti, il 90% quello al finanziamento agevolato con prestito al massimo di 30.000 euro, l'85,9% registra la richiesta di moratoria straordinaria sui prestiti e il 64,2% l'accesso al finanziamento agevolato con prestito superiore ai 30.000 euro. Manca all'appello – rileva il Barometro - lo sblocco dei crediti della Pa, solo il 23% dei commercialisti ha registrato tra le sue imprese clienti la riscossione dei crediti verso la Pubblica Amministrazione che erano in ritardo e sono stati sbloccati.
Le criticità
I commercialisti però segnalano una serie di criticità, come la scarsa chiarezza delle norme o la complessità per accedere alle risorse messe in campo, che hanno ostacolato la macchina degli aiuti e che è necessario rimuovere per fronteggiare questa seconda ondata; in particolare hanno ottenuto un giudizio negativo dalla stragrande maggioranza degli intervistati: la qualità dei testi normativi (79,9%); la qualità e tempestività dei chiarimenti della prassi amministrativa (76,7%), gli adempimenti richiesti per fruire dei benefici (70,7%), la distribuzione delle risorse tra le varie misure adottate (61,1%), i tempi di effettiva erogazione delle risorse (58,4%), la concreta erogazione delle risorse ai destinatari (56,9%) e l'entità degli stanziamenti rispetto alle esigenze reali ( 49,9%).
Fatturato e liquidità
Alcuni numeri danno idea della portata assolutamente inedita ed epocale della crisi. Il 95,5% dei commercialisti del campione dichiara che tra ile aziende clienti c'è stato un calo del fatturato pari o superiore al 50%; calo che per il 45% ha riguardato tra il 26% ed il 50% delle imprese clienti, e per il 25,6% dei commercialisti intervistati ha interessato più della metà delle aziende seguite.
Il Barometro Censis-commercialisti parla di una «colossale sforbiciata di massa dei fatturati». Una situazione mai registrata in Italia “in tempo di pace”.
Ad aggravare la situazione c'è la crisi di liquidità, il 93,3% delle aziende registrano a settembre una perdita di liquidità rispetto allo scorso anno uguale o superiore del 50%.
Il 53% dei commercialisti è pessimista pensando alla situazione economica delle imprese clienti tra un anno, percentuale che sale al 57% tra i professionisti che seguono in prevalenza Pmi.
Le proposte della categoria
Durante il webinar di presentazione del Barometro il presidente del consiglio nazionale dei commercialisti Massimo Miani ha avanzato due proposte: per semplificare la burocrazia attribuire alle professioni funzioni sussidiarie, un'idea non nuovo che per ora rimasta solo sulla carta. L'altra proposta – si veda il Sole 24 Ore del 6 novembre - riguarda l'utilizzo dei fondi per rilanciare il Paese, secondo Miani immaginare una sorta di superbonus al 110% per chi ricapitalizza le aziende (in Italia i risparmi restano molto alti) consentirebbe di ridurre l'indebitamento del nostro sistema economico e, allo stesso tempo, ridurrebbe il rischio per lo Stato che si è fatto garante per i prestiti chiesti dalle aziende per fronteggiare l'emergenza.

