Gli interventi di sostegno economico da parte del Governo sono prevalentemente rappresentati da un lato da ingenti garanzie statali a soggetti a partecipazione pubblica, a propria volta chiamati – con forti automatismi – a garantire le banche per erogazioni di nuovi finanziamenti alle imprese, dall’altro da temporanee sospensioni di adempimenti civilistici e concorsuali che tendono a dare fiato agli operatori.

Si tratta senz’altro di interventi fondamentali, ma che in parte produrranno effetti collaterali indesiderati.

La perdita dei mezzi propri, ad esempio, ai sensi dell’articolo 6 del Dl 23/2020 fino al 31 dicembre non richiederà interventi di ricostituzione del capitale sociale né costituirà causa di liquidazione: anche se inoffensiva per gli organi sociali, costituirà un enorme problema per le banche.

Non sono intervenute modifiche alla normativa di vigilanza sull’erogazione creditizia, e dunque potrebbe profilarsi una responsabilità per la banca nel concedere o rinnovare affidamenti a società prive dei mezzi propri. Al momento si chiede alle banche di supplire al ruolo dello Stato: erogare rapidamente, in abbondanza, e ad una platea più ampia possibile di soggetti in difficoltà a causa di Covid-19. Se da un lato questi interventi certamente impediranno l’immediata cessazione dell’attività di molte imprese, dall’altro una percentuale maggiore del normale di questi soggetti entrerà in default, in tempi non lontanissimi da oggi.

Questi finanziamenti garantiti dallo Stato condizioneranno pesantemente la situazione debitoria delle aziende in caso di concorso, sottraendo risorse ai fornitori ed agli altri soggetti con minore grado di privilegio, con possibili squilibri irreparabili nella soluzione delle future crisi di impresa.

Una soluzione potrebbe essere l’obbligo di contestuale rinuncia della banca garantita al diritto di surroga ed al regresso, ai fini dell’efficacia della garanzia pubblica, sebbene con importanti problemi tecnici e di “moral hazard”. Il problema si creerà anche per le imprese che non andranno in default: quelle ad oggi sane, con un rapporto di leva (debito/Ebitda) ancora sostenibile, e che in seguito a Covid-19 si troveranno con un incremento del numeratore, a causa dei nuovi finanziamenti bancari, e un decremento del denominatore, dovuto alla riduzione della redditività.

È un problema ineludibile: i debiti di oggi non saranno facilmente rimborsabili. La soluzione non sta solo negli interventi a titolo di capitale degli investitori istituzionali, se le imprese non sono “investment grade”. Identicamente, imprese già sottocapitalizzate che hanno perso i mezzi propri a causa delle perdite pur avendo un business sostanzialmente sano. Occorrerà eliminare la leva in eccesso.

Bisognerà ricorrere a soluzioni innovative, come la conversione di questi finanziamenti in eccesso in strumenti finanziari partecipativi (Sfp). Essi dovranno essere smaltiti dal sistema bancario senza oneri, estendendo la garanzia anche agli interessi, ovvero tramite Gacs (Fondo di Garanzia sulla cartolarizzazione delle sofferenze), così da riallineare il fair value (giusto valore) del credito con il valore nominale. Gli Sfp potranno successivamente essere ceduti a Spv (società veicolo) specializzate, partecipate dallo Stato, che destinino ad investitori professionali le notes corrispondenti.

Riproduzione riservata Ⓒ