Ristori doppi rispetto a luglio, credito d’imposta sugli affitti commerciali per tre mesi, sospensione del saldo Imu e dei contributi previdenziali dei dipendenti per tutti gli esercizi commerciali e le attività che resteranno chiuse per le ordinanze del ministero della Salute. Ma anche un rifinanziamento per i congedi parentali e il bonus asili nido.

Sono gli ingredienti ormai definiti nel decreto Ristori-bis, che dovrebbe arrivare oggi - venerdì 6 novembre - in Consiglio dei ministri. Il problema è tradurre queste misure in norma, e completare il pacchetto senza sforare il tetto delle risorse disponibili: risorse che anche ieri sono state oggetto di una caccia all’ultimo euro nelle mitologiche pieghe del bilancio da parte del ministero dell’Economia.

La doppia difficoltà, tecnica e finanziaria, spiega il ritardo del provvedimento rispetto agli annunci del premier Conte, che nella conferenza stampa di mercoledì sera aveva indicato per ieri la riunione di governo per l’ok al nuovo decreto. A complicare il lavoro di costruzione del nuovo provvedimento ci si è messo anche il fisco. Quello locale, prima di tutto, perché i Comuni hanno dovuto chiudere i bilanci entro il 31 ottobre e ora non possono più introdurre sconti per le attività chiuse per decreto, come invece accaduto in primavera (Sole 24 Ore di ieri). Per evitare il problema servirebbe una norma, e una copertura per compensare le mancate entrate. La questione sta già accendendo le critiche dell’opposizione, con un’interrogazione parlamentare al ministro dell’Economia Gualtieri annunciata al Senato da Antonio De Poli (Udc). Ma fra le richieste avanzate dalle regioni e dalle categorie c’è anche quella di fermare gli adempimenti fiscali per le attività chiuse: richiesta fatta propria da una parte della maggioranza, in particolare nei Cinque Stelle. Ma anche in questo caso interviene il doppio problema, finanziario e tecnico.

Perché il tutto dovrebbe funzionare come una porta girevole per l’accesso all’indennizzo, che dovrebbe seguire le tante variabili locali che misurano gli stop alle attività sulla base della situazione epidemiologica territoriale. Variabili non solo regionali perché, come spiegato ieri dal direttore della Prevenzione del ministero della Salute Giovanni Rezza, anche nelle Regioni gialle ci potrebbero essere Province o Comuni rossi se i numeri dei contagi lo richiedessero.

Tra le difficoltà da superare in tempi rapidi c’è anche la definizione puntuale dei confini per la platea dei soggetti da inserire nel gruppo dei possibili beneficiari del contributo a fondo perduto. Con il passare dei giorni si allunga la lista delle categorie di attività che, pur restando aperte, devono subire il danno indiretto provocato dalla limitazione alla mobilità dei potenziali clienti o dalla completa chiusura di quegli esercizi che riforniscono.

Ma la coperta è corta e la dote per garantire un ristoro a tutti non è sufficiente. Al momento il Governo è pronto a mettere sul piatto tra 1,5 e 2 miliardi, lasciando comunque aperta la possibilità, se la curva dei contagi non permetterà di allentare la stretta e le limitazioni, a un nuovo scostamento.

Anche l’affanno che sta accompagnando la costruzione del nuovo decreto dà argomenti a chi preme per aprire le porte a nuovo deficit subito, con cui finanziare gli aiuti all’economia colpita da chiusure a vasto raggio. Anche perché tutto lascia pensare che le evoluzioni delle prossime settimane allarghino il campo d’azione delle misure restrittive, mentre è complicato immaginare un allentamento a breve. Nella maggioranza è uscito alla scoperto il sottosegretario all’Economia, Alessio Villarosa (M5S), che chiede altri 20 miliardi per nuove misure. Dall’opposizione alza la posta il responsabile economico di Forza Italia Renato Brunetta, per il quale servono 50 miliardi.

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