Il Consiglio nazionale dei commercialisti è in prima linea per portare negli studi e nelle aziende la cultura della sostenibilità.

C’è, infatti, un gap evidente che deve essere colmato. Lo rileva l’indagine effettuata da Nomisma - in collaborazione con la Fondazione studi commercialisti - presentata nel corso del Convegno nazionale dei commercialisti che si conclude oggi a Bologna. Una due giorni dal titolo «Il valore della sostenibilità» dove 1.300 commercialisti, provenienti da tutta Italia, si confrontano, molti per la prima volta, con un tema che sta per assumere un’importanza strategica per l’intero sistema economico.

L’Unione europea, infatti, sta sempre più accelerando sulla sostenibilità e questo avrà ripercussioni importanti su tutto il sistema. La Corporate sustainability reporting directive (Csrd), a breve sostituirà la Non-financial reporting directive (Nfrd), ed estenderà gli adempimenti di sustainability reporting e assurance a tutte le società, banche e assicurazioni di grandi dimensioni, prescindendo dalla loro quotazione, e alle Pmi quotate. «L’orientamento normativo – spiega il presidente dei commercialisti, Elbano de Nuccio - è quello di rendere applicabili, seppur con opportune semplificazioni e facilitazioni, le disposizioni della regolamentazione sulla sostenibilità anche alle “altre” imprese». A questo punto entra in gioco il commercialista, che può svolgere un ruolo di supporto strategico per l’imprenditore. «Preparare le Pmi al cambiamento – ha proseguito de Nuccio – significa non solo illustrare all’imprenditore quali siano i concreti benefici che derivano dall’adozione di comportamenti di sustainability management, ma anche facilitare il reperimento di risorse finanziarie per percorrere il sentiero della sostenibilità, che non solo rende più efficiente l’azienda ma ne garantisce la continuità aziendale».

La categoria è quindi chiamata ad acquisire le competenze necessarie per traghettare l’imprenditore in questo passaggio. Mentre il Consiglio nazionale da una parte si impegna a fornire la formazione tecnica necessaria, dall’altra – anticipa de Nuccio - lavorerà per ottenere anche una premialità sul piano fiscale per le imprese sostenibili. «Un’impresa sostenibile è un bene per la società, ha meno necessità di interventi pubblici – spiega de Nuccio ai margini del convegno - è giusto che paghi meno tasse rispetto a chi inquina, non opera in maniera sostenibile, ha problemi con la forza lavoro, non rispetta la parità di genere».

In base alla ricerca Nomisma, che ha coinvolto 1.162 commercialisti, il gap da colmare è ampio sia per le imprese che per i professionisti. Sul fronte delle imprese, nel 67% dei casi non sono motivate rispetto ai temi della sostenibilità ambientale, sociale e di governance; il 65% ignora l’importanza e la strategicità dei temi della sostenibilità e nella maggior parte dei casi chi adotta comportamenti sostenibili lo fa soprattutto per la reputazione del brand. Le poche aziende che decidono di avviare un percorso di sostenibilità solo nel 9% dei casi si rivolgono al commercialista. Un dato che non stupisce, dei 1.162 commercialisti intervistati per la ricerca solo il 6% - e si tratta soprattutto di giovani - ritiene di avere le competenze necessarie per supportare l’impresa verso una gestione sostenibile.

Il problema è soprattutto culturale, la sostenibilità viene percepita dai più come qualcosa di astratto mentre è qualcosa di estremamente concreto.

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