Il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) prevede, tra le riforme abilitanti funzionali alla sua attuazione, la “Riduzione del tax gap”, ovvero dell’evasione fiscale: non una novità, visto che se ne parla da decenni. Certo l’obiettivo è condivisibile, solo che non è chiaro con quali azioni verrebbe perseguito: alcune di esse sono enunciate in termini astratti, reiterando proponimenti mai attuati; altre non sembrano in grado di sortire effetti nella direzione sperata. Manca, poi, ogni cenno ai problemi della riscossione. Il governo si è concentrato solo sull’occultamento degli imponibili (underreporting gap), trascurando l’evasione da mancato pagamento (collection gap), che invece meriterebbe specifici interventi.
Nel dettaglio, il Piano punta su nuove tecnologie e analisi dei dati, ma all’atto pratico si limita a menzionare l’invio delle «comunicazioni di invito alla compliance», funzionali al ravvedimento operoso del contribuente e già previste dalla legge di stabilità 2015, nonché un generico «potenziamento» dell’attività di controllo e la ricerca di una sua maggiore efficacia: auspici più che azioni concrete. Si menziona, poi, la dichiarazione annuale precompilata Iva come strumento di rafforzamento della compliance e riduzione della possibilità di errori: ma il problema non è ridurre gli errori involontari, quanto far emergere basi imponibili occultate all’erario, e sotto questo profilo non si vede come possa incidere la dichiarazione Iva precompilata, che sarà predisposta sulla base di dati noti e presenti a sistema (come le fatture elettroniche). Lo stesso dicasi per l’«interoperabilità» delle banche dati: anche qui si tratta di un proponimento tante volte enunciato, ma mai attuato. E ancora, generici riferimenti a una più efficace selezione dei contribuenti da controllare e richiami a intelligenza artificiale e machine learning. Di concreto, vi è solo la prospettata assunzione di funzionari esperti nel trattamento dei dati.
Il Piano si affida alla tecnologia come se l’evasione potesse essere combattuta dalle “macchine”, non dedicando nemmeno un cenno alla microevasione di massa degli autonomi, tema finito, dopo l’abolizione degli studi di settore, sotto il tappeto (e lì destinato a restare).
Come detto, il Piano non si confronta con l’evasione da riscossione e il mancato pagamento di imposte dichiarate e non versate o di debiti accertati. Eppure, la recente riproposizione del provvedimento di cancellazione delle cartelle, con estensione dello stralcio a quelle di importo fino a 5 mila euro, avrebbe dovuto far riflettere. Dietro ai provvedimenti di stralcio di debiti tributari vi sono ragioni apparenti e ragioni taciute, su cui occorrerebbe intervenire. È stato detto, per giustificare lo stralcio, che si tratterebbe di debiti prescritti nonché in grandissima parte inesigibili, e che dunque la cancellazione avrebbe solo l’effetto di una pulizia contabile. Questa è però una rappresentazione parziale della realtà, che nasconde i mali oscuri della riscossione. Sul versante della prescrizione, ad esempio, l’Agente della Riscossione non si cura di compiere atti che ne interrompano il decorso, ritenendo che debba provvedere l’Agenzia delle Entrate, che però a sua volta non si attiva, avendo “affidato” i carichi all’Agente. Rischiano così di permanere nel “magazzino crediti” pretese che lo stesso creditore non sa se siano o meno prescritte; di tale situazione approfittano studi professionali che impugnano strumentalmente e in modo seriale estratti di ruolo, ottenendo la condanna alle spese dell’Amministrazione, per importi rilevanti.
D’altra parte, la quota (45%) che nelle statistiche ufficiali viene riferita ai carichi per cui sono già state svolte azioni esecutive infruttuose, rappresenta in realtà un’inesigibilità solo virtuale, dipendendo anche dai vincoli posti dalla legge alla pignorabilità dei beni del contribuente e al fatto che l’Agente non si avvale dell’anagrafe dei rapporti finanziari e non effettua pignoramenti presso terzi se non per le “morosità rilevanti”.
Ora, anziché intervenire su tali inefficienze, il legislatore ha negli ultimi anni avuto un atteggiamento rinunciatario, preferendo indiscriminati provvedimenti di abbuono doppiamente dannosi, giacché una parte dei crediti stralciati è in realtà esigibile, mentre sempre nuovi condoni creano incentivi perversi mettendo a repentaglio compliance e gettito futuri. Su questo tema il Pnnr rischia di rivelarsi un’occasione perduta.

