Il “concorsone” per i nuovi magistrati tributari (non i “concorsini” della legge 130) dovrebbe dunque essere decretato dal Mef: è una buona notizia. Nel giro di un paio di anni si può realizzare la base della piramide giudiziaria che gestirà il contenzioso fiscale negli anni a venire. E sarà primavera.

Tuttavia, senza ulteriori interventi normativi correttivi, la macchina della giustizia tributaria – per lungo tempo – rimarrà più quella vecchia (giudici part time) che quella nuova (magistrati full time).

Si può accelerare? I temi sono due: cosa si può fare con i giudici tributari attuali non togati e come provare a far resuscitare il tentativo, maldestro e perciò inevitabilmente fallito, di acquisire risorse “dedicate” dalle magistrature professionali.

Per i primi è ipotizzabile una via concorsuale minore, per titoli ed esami, in analogia stretta con quanto appena fatto con i magistrati onorari ordinari, incentivandola con un trattamento economico adeguato, ma condizionandola alla disponibilità degli “stabilizzandi” ad assumere – esclusivamente – funzioni di appello. Così è rapidamente potenziabile il secondo grado e, nella “palestra” del primo grado, si fanno crescere con calma i vincitori dei primi concorsi per la nuova magistratura, come avviene da sempre nelle altre magistrature professionali.

Per il secondo, traendo insegnamento dal fallimento, si potrebbe prevedere una nuova opzione per il “tempo pieno” dei magistrati professionali, ma limitata ai ruoli direttivi delle Corti che si renderanno vacanti nei prossimi anni.

Addizionando al “concorsone” queste due misure, non solo si può imprimere velocità all’iter attuativo della riforma, ma, finalmente, le si può dare una concretezza e un respiro che attualmente non ha, costituendo presidi forti nei due gradi del giudizio di merito e una classe dirigenziale all’altezza di un compito “epocale”, qual è secondo l’ambizione riformatrice. Si tratta indubbiamente di interventi delicati e complessi, quindi da ponderare con molta attenzione, ma che sono sicuramente fattibili sul piano tecnico-giuridico e finanziario.

In ogni caso non basta. Il Dna di una magistratura è fatto di autonomia, indipendenza, tutela dei diritti, giusto processo, insomma si sostanzia nei valori della nostra Costituzione e delle Carte europee.

La prima garanzia di tutto questo è l’autogoverno. Le imminenti elezioni per il rinnovo del Consiglio di presidenza della giustizia tributaria hanno dunque un valore senza precedenti. Con l’eliminazione delle “quote riservate”, fortunatamente (anche un po’ fortunosamente), il nuovo Parlamento ha rimediato a un “infortunio” grave di quello precedente. Gli eletti e il loro presidente avranno un compito delicatissimo: instillare nel nuovo corpo magistratuale quei principi e quei valori. Se lo assolveranno con fermezza e qualità, la questione dell’indipendenza dal Mef, molto agitata, potrà essere risolta – bene – nella logica del principio di leale collaborazione, come per le altre magistrature.

Quindi la riforma “si muoverà”? Sicuramente non da sola, sicuramente bisogna darle la spinta inerziale, che ancora non c’è. Al Mef e al nuovo Cpgt spettano scelte decisive.

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